Italia e Norvegia: sistemi scolastici a confronto


Istruzione: questa è la chiave del nostro futuro. Sia in Italia, che in Norvegia l’istruzione è importante per ottenere un lavoro e sopravvivere in questo mondo basato su economia e commercialismo. Ma cosa intendiamo con il termine istruzione? E’ sufficiente finire le scuole superiori con un pezzo di carta in mano, che accerta che abbiamo ottenuto un preciso risultato finale, per considerarci persone istruite?


skole 5 anteprimaLo scopo principale della scuola non è quello di dare agli studenti l’effimera credenza di possedere la conoscenza, ma quello di coltivare la loro personalità, integrazione e intelligenza creativa e di dare loro gli strumenti per avere le proprie opinioni e la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite a scuola nella vita quotidiana, trasformandole in abilità pratiche. Molti insegnanti e, soprattutto, molti studenti tendono a dimenticare questo scopo e a vedere la scuola come un mero dovere, invece che come un’opportunità di crescita e di libertà. La conseguenza è una perdita di motivazione tanto nei professori quanto negli alunni, fino a far diventare la scuola ai loro occhi semplicemente un modo in cui riempire la testa di informazioni, che verranno dimenticate subito dopo la prova inerente all’argomento.
I sistemi scolastici europei sono molto dissimili tra loro. Qui tenteremo di fare un paragone tra la scuola superiore italiana e quella norvegese, al fine di individuarne possibili pregi e difetti; parleremo dei valori e delle priorità dei nostri sistemi educativi e, in particolare, di quali siano i più importanti per formare delle persone istruite.

In Italia, come tutti sappiamo, scegliamo il nostro indirizzo di scuola superiore all’età di tredici anni, e lo scegliamo da una rosa di quasi 30 indirizzi diversi, ognuno con all’incirca una decina di materie obbligatorie. L’ampia scelta che ci viene concessa permette, certo, di decidere fin da subito in cosa ci vorremmo specializzare, ma allo stesso tempo può essere un po’ dispersiva, soprattutto ad un’età in cui non tutti, anzi, pochi di noi, hanno un’idea precisa di cosa fare del proprio futuro. Questo è uno dei motivi per cui molti degli studenti italiani cambiano indirizzo, vengono bocciati o addirittura lasciano la scuola.
Ecco un’altra cosa molto comune nella scuola italiana: la bocciatura. Il lato positivo di questa pratica è quello di permettere, a chi abbia passato un anno problematico o per vari motivi non sia riuscito a tenere il ritmo generale, di assimilare correttamente gli insegnamenti persi l’anno precedente. E’ una seconda occasione e, per di più, diffonde il concetto di meritocrazia, un’idea che spesso, anche nelle istituzioni, tende a perdere il suo significato. Ciononostante, per rendere effettivamente utile e fruttuosa la ripetizione di un anno scolastico, credo sarebbe importante comprendere le cause della bocciatura, mentre gli studenti ripetenti vengono semplicemente reintegrati in una nuova classe, e spesso sono oggetto dei pregiudizi degli insegnanti. Questo fa sì che quella che dovrebbe essere una seconda opportunità venga spesso vista come una punizione e, invece di motivazione, generi rabbia. Secondo i sondaggi dell’OCSE i Paesi in cui le bocciature sono frequenti tendono ad avere risultati peggiori su tutta la linea.
Un valore che nella scuola italiana gioca un ruolo importante è la pressione: l’abbiamo provata tutti l’ansia da interrogazione, le settimane pre-scrutini piene zeppe di temi e prove. L’idea è quella che bisogna essere sempre preparati, il che ci assicura una media di cultura generale piuttosto alta, ma tendente al nozionismo. Il fatto di studiare in previsione di molti obiettivi a breve termine concorrenti fa sì che spesso, dopo la suddetta prova o interrogazione, si scordi gran parte delle informazioni apprese, proprio perché l’ansia da prestazione ci fa spesso dimenticare l’obiettivo a lungo termine, quello primario della scuola, che è lo stesso ovunque: avere un’istruzione che sia utile nella vita. Certo, le prove sono importanti per tenere viva l’attenzione e per stimolare la motivazione stessa, ma per raggiungere il proprio obiettivo dovrebbero essere pensate non come uno strumento per dare un voto su cui segnare in rosso gli errori, come invece sono viste nella scuola occidentale, tanto italiana quanto norvegese, ma come un metodo per valutare cosa bisogna migliorare e per motivare gli studenti facendo loro notare anche le cose giuste.
Un altro tema che sta generalmente a cuore agli educatori di tutto il mondo è il rispetto, ma anche questo concetto è soggetto al relativismo culturale. In Italia ci insegnano a dare del lei ai professori, ad alzarci in piedi quando entrano, ma poi spesso siamo pronti a parlar male di loro non appena si girano, a copiare durante le prove, ad escogitare i modi migliori per eludere le loro regole. Questa è forse una delle più grandi differenze tra i due sistemi scolastici, e uno dei punti a favore della scuola norvegese, dove invece il rapporto tra gli studenti e i professori è molto informale, ma denota senza dubbio una componente di rispetto maggiore. E’ vero, gli studenti chiamano gli insegnanti per nome e non comprenderebbero il senso di alzarsi quando entrano in classe, nemmeno se a spiegarglielo fosse il miglior insegnante al mondo, ma, se ritengono che qualcosa nel metodo di insegnamento o nell’assegnazione dei compiti non sia giusta, ne parlano con l’insegnante, perché, in quanto pari, è un loro diritto. Per giunta, nessuno penserebbe di copiare durante le prove, perché un brutto voto non pregiudicherebbe il loro intero anno scolastico.

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La scuola superiore norvegese inizia all’età di sedici anni e dura tre anni. La scelta degli indirizzi è molto più limitata: due sono le linee teoriche (umanistica e scientifica), mentre gli altri indirizzi sono orientati a percorsi professionali (culinario, meccanico, infermieristico..) e anche all’interno dei singoli indirizzi è permesso scegliere alcuni dei corsi da frequentare, con la conseguenza che, durante le lezioni che non fanno parte del proprio piano studi, gli studenti hanno delle ore libere, a volte con un insegnante a disposizione, per studiare e svolgere i compiti. Questo sistema potrebbe essere molto efficace, se non fosse che, e parlo per esperienza, molte delle ore libere vengono utilizzate più come pause che come tempo integrativo per lo studio. Il lato positivo è che queste ore buche permettono agli studenti di confrontarsi e collaborare.
Nelle scuole norvegesi tutto avviene telematicamente, dallo svolgimento dei test all’assegnazione e consegna dei compiti a casa, tramite un programma chiamato fronter: ogni studente riceve dalla scuola un computer portatile per il quale paga ratealmente, spesso attingendo dalla borsa di studio statale, a cui si ha diritto in base al reddito familiare. Al termine dei tre anni scolastici, avendo terminato di pagare il noleggio del pc, cosa che comunque non ne copre il prezzo d’acquisto, lo studente potrà tenerlo. Ogni computer ha libero accesso ad internet, e, secondo il sondaggio del progetto Dot. Safe, gli stessi studenti ammettono di passare la maggior parte del tempo, anche durante le lezioni, sui loro siti preferiti o sui social network. Lo stesso sondaggio mostra che gli insegnanti ne sono perfettamente consapevoli. I professori hanno la possibilità di interrompere la connessione durante le lezioni, ma spesso non lo fanno. A questo punto viene da chiedersi quale sia il dovere di un insegnante in questo caso: tutelare la libertà di scelta tanto promossa dalla società norvegese o usare la propria autorità e passione per il proprio lavoro, per guidare gli studenti e garantire loro un’istruzione? Qui entra in gioco il circolo, vizioso o virtuoso che sia, che fa sì che gli studenti non riescano ad essere motivati, se non sono stimolati da insegnanti capaci ed appassionati e che, allo stesso tempo, gli insegnanti perdano la motivazione riscontrando scarso interesse da parte dei loro interlocutori. Per rendere virtuoso il circolo, entrambe le parti devono compiere uno sforzo per non dimenticare l’obiettivo principale della scuola e dell’istruzione.

Secondo i risultati dell’OECD PISA la Norvegia è al dodicesimo posto, prendendo in considerazione i risultati del sistema scolastico, con cinque punteggi significativamente superiori alla media e tre nelle media. L’Italia è al ventinovesimo posto con tutti i punteggi inferiori alla media. Questo cosa significa? Che l’autonomia vince sulla pressione, le ore buche su orari rigidamente definiti e la fiducia sul controllo? Dovremmo semplicemente prendere atto di questi dati statistici e considerare conclusa questa riflessione? Io non credo. Penso invece che lo scopo di un confronto tra sistemi differenti sia quello di raccogliere ciò che di buono c’è in entrambi e provare a migliorare i difetti e a tappare le falle utilizzando elementi dell’altro sistema. Mi rendo perfettamente conto che molte delle caratteristiche e dei metodi di cui abbiamo parlato non sono facilmente applicabili ad una scuola totalmente diversa: la scuola italiana non è pronta per introdurre la totale libertà, come quella norvegese non lo è per sottoporre gli studenti a una disciplina così rigida. E’ un fattore culturale e dal quale non si può prescindere. Tuttavia credo si potrebbero apportare alcune graduali modifiche in entrambi i sistemi, avendo l’umiltà di riconoscere che qualcuno è migliore di noi e applicando un po’ di sano relativismo culturale. Se insegniamo nelle scuole che il confronto è importante, perché non applicarlo anche a un livello superiore e dare il buon esempio?
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Tabella OECD PISA

Le scuole norvegesi danno troppa fiducia a studenti che sono ancora in un’età di passaggio durante la quale a volte è troppo semplice cedere alle tentazioni. Come si potrebbe risolvere questo problema? Probabilmente limitando l’accesso ad internet, per esempio, o bloccando determinati siti. Le scuole italiane, invece, tengono gli studenti troppo sotto pressione, inibendo la loro intelligenza creativa. Soluzione? Concentrarsi sulla loro personalità permettendo loro di esprimere i propri interessi e di sviluppare le proprie idee, aprendo le porte a metodi più innovativi.
Tutti dovremmo avere la possibilità di scoprire e coltivare i nostri talenti, e gli insegnanti dovrebbero trasmettere conoscenza, non informazioni. La motivazione richiede collaborazione. L’istruzione è una delle possibilità più importanti che abbiamo, è la chiave del nostro futuro. La porta è massiccia, pesante, e la serratura è molto in alto, difficile da raggiungere, ma è una porta che tutti dobbiamo aprire: avere la chiave è il modo migliore per farlo.

Allego il link[1] ad un video di Ken Robinson sui sistemi educativi e, a chi fosse interessato all’argomento “motivazione e talento” consiglio vivamente il suo libro “The Element. Trova il tuo elemento, cambia la tua vita”.

 

    #Ilaria

 

[1] https://www.youtube.com/watch?v=SVeNeN4MoNU

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2 risposte a Italia e Norvegia: sistemi scolastici a confronto

  1. Denis Gobbi ha detto:

    Bell’articolo, grazie.

  2. Pingback: Sistemi di istruzione differenti – ProgettoFelice

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