CHI SEMINA LIBERTÀ – addentrandosi nella foresta di Sherwood 2015

[Articolo pubblicato ne La Marionetta #11]

«Ribellarsi e ribellarsi ancora finché gli agnelli diventeranno leoni»: queste sono le parole del protagonista del film Robin Hood, che sia un personaggio reale o inventato poco importa, ciò che davvero merita attenzione è la sua promessa di «ricostruire» il suo popolo «come si costruisce una cattedrale… dalla terra».

Rubare ai ricchi per dare ai poveri non è altro che una sfida all’ordine costituito, affinché tutti possano vivere del loro lavoro e avere gli stessi diritti al di là delle differenze. La storia di Robin Hood e i suoi compari viene associata generalmente alla foresta di Sherwood: il loro rifugio, il luogo dove organizzano la loro lotta per i diritti. Nessuno si aspetterebbe un luogo simile nella bitonciana Padova, attuale emblema dell’esclusivismo sociale: eppure un luogo così esiste, esiste da più di trent’anni e porta il nome della leggendaria foresta nel Nottinghamshire: Sherwood Festival. Tentarne una definizione è arduo, perché Sherwood festival è tante cose: è l’evento musicale che ad oggi conta un numero sempre maggiore di ospiti del panorama musicale nazionale e internazionale, dai Subsonica a Manu Chao, dai Die Antwoord ai Verdena, riuscendo a muovere migliaia di persone tra giovani, adulti e bambini in uno spazio dimenticato come il parcheggio Nord dello stadio Euganeo. Ma se fosse solo questo non sarebbe così speciale. Sherwood sono le persone e sono le idee, i due pilastri che più di ogni iniziativa tengono in piedi quella che è una vera comunità, uno spazio aperto a nuovi contributi e collaborazioni, un luogo in cui non ci sono vertici, ma solo un insieme di menti tutte diverse e tutte volte ad offrire, a chi vuole vivere quest’esperienza, una vera alternativa.

Dove si legge “Sherwood” si legge anche “la migliore alternativa” e non potrebbe essere altrimenti, considerate le molteplici realtà indipendenti che collaborano a fare di Sherwood ciò che è: in primis la rete dei centri sociali del Nord-Est come il centro sociale Rivolta a Marghera e certamente il padovano C.S.O Pedro; senza contare poi il laboratorio occupato Morion di Venezia, che insieme al centro sociale Bocciodromo di Vicenza collabora allo spazio “Tre cantoni”, l’enoteca-libreria di Sherwood Festival, un contenitore eterogeneo di buon cibo, buon vino e buona cultura, buona perché libera e anticonformista grazie all’entrata in scena di diverse case editrici indipendenti.

Dazibao Press 2

Associazioni, cooperative, collettivi, ma soprattutto centinaia di volontari che credono in questo progetto e si impegnano, in quello che oggi chiameremmo coworking, perché si realizzi al meglio. Ognuno mette a disposizione le proprie abilità per trasformare quello che a prima vista sembrerebbe un luogo abbandonato e trascurato in un luogo accogliente e pieno di stimoli culturali e ludici.

Sherwood festival è per molti un’occasione per incrementare le proprie competenze specifiche, nascono professionalità certificate che vanno dal mulettista al pizzaiolo, fino alla progettazione del palco. Oltre ai contributi materiali è favorito l’approfondimento culturale per mezzo di dibattiti e presentazioni di libri all’interno dello spazio “giornalistico” con Global Project ed Eco Magazine.

Viste le premesse adottate nel determinare i pilastri di questo evento è inevitabile il riferimento al dibattito politico che a Sherwood è sempre acceso e rinnovato: negli anni precedenti il riferimento storico era rappresentato dalla lotta per la democrazia e la giustizia degli zapatisti nel Messico meridionale. Quest’anno il dibattito si apre sulla situazione nel Medio Oriente e le lotte del popolo curdo per la libertà contro il fanatismo fascista dell’ISIS. Ad appoggiare la causa è l’associazione Ya Basta-Êdî Bese, ospitata nel rinnovato spazio dei “Tre cantoni”, così denominato proprio in riferimento alla suddivisione del Kurdistan occidentale decisa dall’Assemblea costituente per l’Autonomia Democratica. Promuovendo una campagna di finanziamento dal basso per inviare aiuti umanitari a queste popolazioni, si propone una visione che si fonda sulla modalità del confederalismo democratico come prassi di costruzione politica.

Se davvero le ideologie sono morte, nel grande progetto che è Sherwood Festival permangono le idee a discapito dei cambiamenti che avvengono nel mondo. Per questo gli zapatisti continuano ad essere un riferimento per i kurdi, come tutte le lotte dell’“altra” America del Sud: ad esempio il legame coi mapuche per l’indipendenza e la difesa della propria tradizione culturale o in Bolivia, nella cui costituzione viene citata la “natura” come elemento strutturale della politica del paese: i beni naturali in quanto beni comuni a disposizione di ognuno in misura della necessità.

Strettamente connesso alla ricostruzione di Kobane liberata, ma provata dalle battaglie, è il progetto Rojava Playground per la costruzione di sei aree ludico-sportive a disposizione dei giovani curdi rifugiati di Turchia e Rojava e che a Sherwood gestisce un campo da gioco con un programma denso di appuntamenti sportivi a cura di Sport alla Rovescia e Polisportiva San Precario.

A proposito di aree ludiche non si può fare a meno di nominare lo “Sherwood for Kids”, che di anno in anno cresce e si rinnova tanto che quest’anno un’intera giornata sarà riservata a laboratori, letture e quant’altro per i piccoli “abitanti” dell’Oasi di Little John.

Molti sono i progetti e le vittorie che non leggerete qui, ma che potrete constatare calpestando il suolo del parcheggio Nord: sono quelle idee che alimentano il fuoco dell’indipendenza sullo sfondo della foresta della “rebeldìa”, poiché come afferma il filosofo e attivista B. Russell, «un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai».

#Donnafugata

SHERWOOD

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