Una storia di amicizia

Intervista a Andrea Martina, il giovane autore salentino di “Fratelli di Strada”

Articolo pubblicato ne La Marionetta #9

Tra il barocco esuberante e le antichissime origini messapiche che si fondono ai colori caldi e dorati tipici della pietra leccese; tra le dune modellate dal vento e lambite dalle turchesi acque cristalline della costa jonica; tra le luminarie delle feste patronali e i tarallini all’olio d’oliva, si nasconde un’altra Lecce. È la Lecce descritta da Andrea Martina, quella della criminalità organizzata che chiede il pizzo e delle scacchiere degli uomini d’onore, quella meno conosciuta e più celata, perché subdola e corrotta. L’amicizia tra Oscar e il Casanova, raccontata in Fratelli di Strada (Albatros Il Filo, 2012), si pone nettamente in contrasto, quasi stride, con il contesto cupo e insanguinato in cui si snoda la trama, tra crimini, illegalità e desideri di vendetta. Si tratta di un’amicizia, quella tra i due malavitosi salentini, nata, appunto, per Strada, tra un tiro al pallone e una corsa in un carrello, tra una sparatoria e un folle inseguimento. Una Strada vista come luogo di incontro, crescita e maturazione personale, ma che diventa vera e propria protagonista del romanzo, perché insegna, punisce, è materna ed autorevole: la Strada vive.

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Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a scrivere il libro?

Non c’è stato un percorso graduale. Inizialmente ho provato a costruire una parodia su una banda criminale e più andavo avanti a scrivere, più mi divertivo, finché mi sono reso conto che quel lavoro di fantasia poteva essere organizzato meglio. A quel punto ho cancellato tutto ciò che avevo scritto e ho iniziato da capo, con una trama e dei personaggi da costruire. È stato molto istintivo, perché solo dopo ho scoperto quanto possa essere bella e divertente la scrittura. Ovviamente, leggere una quantità industriale di libri aiuta.

Dal libro si evince un profondo legame con il territorio e le tradizioni. Quanto hanno influito le tue origini salentine?

Ho scritto gran parte di Fratelli di Strada in Veneto e non nascondo che è stato un modo per sentirmi meno lontano dal Salento. È un legame che mi ha portato a tornare a casa dopo cinque anni di assenza, durante i quali l’aver conosciuto persone importanti e alcuni fatti accaduti hanno fatto il resto.

Si avverte una forte corrispondenza con il reale anche nella rappresentazione di alcuni personaggi; hanno tutti delle caratteristiche peculiari che si avvicinano alla quotidianità, uno tra tutti il Casanova, che viene descritto come lo “sciupafemmine”. C’è una sorta di identificazione tra questo gruppo e la vita che tu hai vissuto a Cellino San Marco?

Sì, in particolar modo per i componenti della banda di Oscar e Il Casanova. È stato piuttosto naturale riportare nella loro descrizione alcuni dettagli della vita reale di miei amici o miei conoscenti. Dovevo ricostruire tutto il tessuto criminale, ma le espressioni, alcune manie che caratterizzano il personaggio, qualche aneddoto adolescenziale e altri piccoli particolari sono un intreccio tra realtà quotidiana e fantasia. Poi, verso la fine del libro, ho lasciato un indizio (con tanto di nomi e cognomi) in cui spiego a chi sono ispirati i due protagonisti.

«Don Bruno, dopo aver sentito i primi colpi, guardò fuori dalla finestra e, anziché darsi alla fuga o prendere un’arma per rispondere al fuoco, scelse una delle sue migliori camicie e sistemò i capelli dietro la fronte, con il pettine in avorio che portava all’interno della giacca». Da frasi come queste emerge una descrizione di un mafioso, quasi fosse un personaggio cinematografico, che attira l’attenzione su di sé e che, per questo, può configurarsi nella mente del lettore come un vero e proprio “divo”. Pensi che un linguaggio enfatico, come quello utilizzato anche dai media rispetto a queste figure, possa scaturire in ingannevole idolatria, soprattutto da parte delle nuove generazioni?

Scrivendo Fratelli di Strada avevo voglia che la storia arrivasse alle persone in modo vero. Il fatto che Don Bruno viva il suo arresto in quel modo è il voler raccontare il senso di potere che comunicano i boss in ogni momento. È un aspetto costante nella loro vita, ne hanno bisogno e qualsiasi gesto è comunicazione, dalla scelta del vestito al tono della voce, fino ad arrivare alla selezione delle persone a cui rivolgere la parola.

Personalmente, preferisco che il racconto di una qualsiasi storia, dal libro al cinema, metta un faro sulla realtà anziché edulcorarla, e che sia capace di porre degli interrogativi su quello che ci circonda.

I rischi per le nuove generazioni sono sempre presenti, ma dipendono soprattutto dal tessuto culturale in cui vivono. È su quello che bisogna insistere. Il culto del gangster cinematografico non è altro che una delle malattie di una società basata sul culto dell’individuo. Il filtro dei media, poi, si è perso da diverso tempo e adesso tutto arriva in tempo reale, dagli sgozzamenti dell’Isis alle rapine nei negozi riprese da telecamere a circuito chiuso.

Quindi credo che più che intervenire sul linguaggio o sull’impatto mediatico (cose che comunque non voglio giustificare se superano dei limiti), bisogna investire quante più forze possibili sulle difese immunitarie delle nuove generazioni. Crescere su solide basi ti porta a vedere il “Don Vito Corleone”, interpretato da Marlon Brando nel Padrino di Francis Ford Coppola, come un capolavoro autentico di recitazione e non come un’aspirazione.

L’arte non può essere il capro espiatorio della società.

Un altro mito che potrebbe crearsi è quello della “strada”: «La Strada mancava, eccome. […] La Strada ti aiuta a crescere. […] ti fortifica e ti insegna che il mondo è lì fuori e non dentro casa o in una tv. […] la strada è una nemica: […] non puoi pretendere rispetto da una cosa che calpesti. Devi guadagnartelo […]». Secondo te, quanto c’è di reale in questo possibile modello educativo?

Fin dai primi passi, la strada è soprattutto stare insieme agli altri. Facci caso: nei paesi e nei quartieri è sempre più raro trovare ragazzi che giocano liberamente per strada. È molto più facile trovarli incollati ad uno schermo: pc, smartphone, tv, playstation. L’unico luogo di socializzazione è stato delegato alla scuola che, con le sue regole, ha il compito fondamentale di educare e creare il tessuto culturale di cui ti dicevo prima. Mentre in strada hai un luogo veramente libero.

Negli spettacoli in cui presentavo il libro nelle scuole, arrivavo ad un punto in cui sistematicamente alzavo la voce e provavo a guardare gli studenti negli occhi: «Dovete riprendervi la strada. Abitarla. È vostra, createvi un orto urbano, portate la scuola fuori da questi cancelli, state insieme anche nel pomeriggio, fate uno sport… insomma… costruitevi una passione e difendetela, non potete chiudervi in casa a quest’età». È un ripensamento totale: o si investe nella bellezza o avremo tanti non-luoghi e pochissimi stimoli.

Se vuoi parlare di mafia ad un ragazzo di quindici anni devi convincerlo che lui può fare un pezzetto del lavoro a cui siamo chiamati tutti, partendo proprio dalla sua strada, senza andare a perdersi in icone che a quell’età sono troppo ingombranti e complesse da capire.

Fratelli di strada è, prima di tutto, una storia d’amicizia, che, come si evince dal finale, continua anche durante la latitanza. Pensi che questo sentimento o comportamento positivo renda comunque vincitori i due protagonisti, a prescindere dalla criminalità?

Avevo due finali. Nel primo Oscar veniva ammazzato in una sparatoria con la polizia e Il Casanova si suicidava davanti alla tomba del suo migliore amico, mentre i poliziotti irrompevano nel cimitero per arrestarlo. Il secondo invece è quello che hanno incontrato i lettori.

Mi chiedono spesso del finale e non mi piacerebbe darti una di quelle risposte ovvie, retoriche. Il finale di Fratelli di Strada è solo una questione romantica tra lo scrittore e i suoi due personaggi.

Questo libro ti ha dato la possibilità di cimentarti in altri progetti, che trattano di mafia, criminalità organizzata e territorio. Quali saranno i tuoi impegni futuri?

A gennaio ho iniziato, insieme ad alcuni amici, una nuova avventura che si chiama Il Gigante, uno spettacolo teatrale da me scritto e interpretato, che riguarda la centrale a carbone Enel di Cerano (Brindisi). Porteremo avanti questo progetto per tutto il 2015 e tra qualche settimana arriverà nelle librerie il mio secondo libro, pubblicato da Lupo Editore: posso dirti solo che avrà un taglio noir, è ambientato tra Padova e Brindisi e il titolo riprende una canzone di Vasco Rossi (e su quest’ultima rivelazione arriverà la ramanzina del mio editore).

Con Fratelli di Strada abbiamo fatto sessantadue presentazioni in diverse parti d’Italia in un anno e mezzo, un viaggio bellissimo. Non resta che migliorarsi.

#Dharma&Omniavenenum

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La Marionetta è una rivista indipendente ideata da studenti.
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